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Scritto da Santino Smedili   
Giovedì 02 Settembre 2010 10:25

QUESTO GLI ALTRI NON LO DICONO…    A cura della redazione

 

LA BATTAGLIA DI MILAZZO        
  
       di Robert Lee

“Milazzo fu preso senza infamia e senza lodo. Il Generale ebbe a dire: Non rivedrò più Calatafimi - lo credo” (Lettera di Ippolito Nievo alla cugina Bice Melzi Gobio (Palermo, 2 agosto 1860). 
Queste parole di Ippolito Nievo, dapprima semplice milite, poi ufficiale ed addirittura tesoriere e pagatore generale delle Forze nazionali in Sicilia, sono tratte dal suo epistolario con la segretamente amata Beatrice Melzi d'Eril, detta Bice, consorte del cugino Carlo Gobio. 
 

La domanda nasce spontanea: perchè il poeta-soldato in giubba rossa e fiero sostenitore della causa unitaria, parla della battaglia di Milazzo con così poco entusiasmo? I fatti di Milazzo, ammantati di mito e leggenda, come si svolsero in realtà? Tutto ebbe inizio con un vero e proprio tradimento: il 5 luglio 1860 il conte Amilcare Anguissola, capitano di fregata della marina duosiciliana, in missione per il trasporto di 800 uomini del 1° reggimento da Messina a Milazzo, invece di rientrare alla base, proseguì per Palermo, dove, alleandosi col nemico, consegnò la pirofregata Veloce al contrammiraglio piemontese Persano che a sua volta la cedette a Garibaldi (è bene precisare che dei 144 uomini di equipaggio, solo 41 si aggregarono al nizzardo, gli altri, fedeli alla casata borbonica, rimpatriarono a Napoli). Si trattò del primo di una lunga serie di tradimenti che fecero scrivere all'ammiraglio piemontese Persano in una lettera a Cavour del 6 agosto 1860: “Gli Stati maggiori di questa marina si possono dire tutti nostri, pochissime essendo le eccezioni”.

Questo episodio dell'ammutinamento di Anguissola risulterà determinante per le sorti della battaglia di Milazzo.

I borbonici occupavano ormai solamente la Sicilia orientale e il generale Tommaso Clary ricevette dal re Francesco II l'incarico di riconquistare l'isola. Le forze borboniche in Sicilia erano rappresentate da oltre 22.000 uomini (di cui 18.000 nella sola Messina). Contro le forze di Clary, Garibaldi distaccava una colonna di lombardi e toscani comandata dal suo amico Giacomo Medici. Questa colonna il 15 Luglio si porterà su Barcellona, dove entrerà tra la folla festosa. Mentre Medici occupava Barcellona, Clary temporeggiava ed inviava, con l'ordine di appoggiarsi a Milazzo, 3000 soldati scelti (tre battaglioni di cacciatori) comandati dall'energico e fedele colonnello Ferdinando Beneventano del Bosco. Lo scontro tra Medici e Bosco era inevitabile. Medici voleva bloccare Bosco a Milazzo sfruttando la forma peninsulare della città, in modo da tagliarlo fuori dai collegamenti, ma il 17 luglio il colonnello borbonico, per aprirsi la via, contrattaccava mandando all'attacco il maggiore Maringh che dopo aver occupato Archi... si ritirava! Ancora un tradimento.

Bosco lo mette agli arresti e nel pomeriggio rimandava all'attacco il tenente colonnello Marra: alla fine della giornata, dopo un vivace combattimento, Archi restava in mani borboniche, ma Bosco, preoccupato per le sorti di Milazzo, a sera, arretrava per difendere la cittadella. Il giorno dopo Garibaldi comprendeva l'importanza dello scontro e faceva giungere 600 uomini di rinforzo al comando del colonnello inglese Dunne. Lo stesso Garibaldi, con un gruppo di carabinieri genovesi si imbarcava sulla City of Aberdeen, con quasi 2000 uomini (ancora una volta era chiara l'importanza dell'appoggio della massoneria britannica sulle sorti della spedizione garibaldina). Questo contingente sbarcava a Patti. Un altro contingente guidato da Cosenz si dirigeva su Milazzo. Il 19 luglio Garibaldi aveva concentrato su Milazzo tutte le forze di cui può disporre (circa 6000 uomini, 2 cannoni e la nave ammutinata Tukory con i suoi 10 cannoni). Bosco disponeva di circa 4000 uomini, un reparto di cavalleria e 8 cannoni. Il 20 luglio 1860 partiva l'attacco delle truppe garibaldine su Milazzo, qui il colonnello Bosco aveva preparato la difesa e dopo aver sconfitto Medici, si apprestava a contrastare Garibaldi in persona, ma anche stavolta si ripeteva il triste copione. Bosco per mezzo del telegrafo semaforico chiedeva insistentemente rinforzi temendo l'arrivo di altri 5000 piemontesi che un prigioniero gli aveva rivelato. I rinforzi non gli saranno mai mandati. Il comandante Clary della piazza di Messina, invece di mandare rinforzi, lasciò inoperosi 22 mila uomini rispondendo negativamente alle richieste di Bosco.

Il 20 luglio vi fu una cruenta battaglia dove i duosiciliani persero circa 150 uomini ed i garibaldini circa 800. Bosco combatteva con onore schierando se stesso in prima linea. Garibaldi vedendo che quella non era una battaglia facile come le altre, decise di gettarsi nella mischia e grazie a Missori, viene salvato dalla spada di un capitano borbonico; il mancato arrivo dei rinforzi di Clary fu determinante e costrinse Bosco a ritirarsi presso il castello.

A questo punto entrava in gioco il già citato traditore Amilcare Anguissola che, a bordo della nave Veloce, ribattezzata Tukory, bombardò la cavalleria borbonica schierata sulla spiaggia e la sorte per il povero Bosco a questo punto apparve segnata. Le truppe borboniche rinchiuse nel castello di Milazzo erano demoralizzate. Abbandonate a se stesse, acqua e viveri insufficienti, spazi angusti e senza rinforzi dalla vicina Messina. Clary dopo aver rifiutato i rinforzi al combattivo Bosco, abbandonandolo al suo destino, si macchiò della resa ingiustificata della città Messina, infatti lasciò la città e asserragliò le truppe borboniche nella cittadella con l'accordo di non belligerare con i garibaldini che nel frattempo entravano nella città dello stretto trionfanti e senza colpo ferire. Il comportamento del comandante Clary fu così sospetto da obbligarlo a fuggire a Napoli per timore di essere ucciso dalle sue stesse truppe che si sentivano tradite dal proprio ufficiale in capo. Clary si discolpò così: “Il 21 luglio un ordine formale del ministro della guerra Pianell mi ingiungeva di ritirare le mie truppe in Calabria...attendendosi che a questo prezzo le potenze dell'Europa consentissero a garantirci la pace nel continente... sugli ordini reiterati del ministro Pianell io consentii di entrare in rapporti con il signor Garibaldi... la Storia renderà, io spero, un conto esatto della condotta del ministro in tutti i suoi affari disastrosi; essa dirà come egli ha impedito che soccorressimo Milazzo”.

Per meglio comprendere la situazione tra le fila degli ufficiali borbonici è significativa la figura di Giuseppe Salvatore Pianell, che da ministro della guerra borbonico, entrò col grado di generale nell'esercito di Vittorio Emanuele II e successivamente fu deputato e senatore a vita del parlamento del neonato Regno d'Italia, insomma, un campione di coerenza ed onestà!

Il 23 luglio a Milazzo si presentava una squadra navale borbonica. Garibaldi già si preparava allo scontro, invece il comandante ha l'ordine di contrattare la resa e lo sgombero del castello! Il 24 luglio i borbonici si imbarcavano con l'onore delle armi. I garibaldini trattennero cannoni e munizioni, i cavalli e metà dei muli. A Milazzo tra i cavalli c'era quello del colonnello Bosco. Garibaldi lo tratterrà per arguta vendetta. La Sicilia a questo punto era persa per sempre. Bosco rientrato a Napoli, per l'eroico comportamento tenuto a Milazzo, il 17 agosto 1860 verrà promosso al grado di Generale. La Sicilia, desiderosa di affrancarsi dalla cosiddetta “oste borbonica”, acquisendo indipendenza ed autogoverno, non vedrà mai riconosciuta la propria autonomia e da “periferia” di Napoli si trasformò, insieme a tutto il mezzogiorno, in colonia piemontese. Più tardi nascerà la “questione meridionale”.

 

 

RIFLESSIONI SUI CAMINI DI FORNI E PIZZERIE…

 

Con ancora nel pensiero quanto successo alla Pizzeria in Via Manzoni, ed onde evitare, se possibile, che con il senno di poi si abbia a dire che il camino non era stato mai pulito, che aveva fuliggine accumulata, che era ostruito e così via, mi sono chiesto a chi i titolari o i gestori di pizzerie e forni esistenti nella nostra città debbono e possono rivolgersi per fare effettuare questi controlli e manutenzioni, visto che qui da noi, al Sud, la figura dello spazzacamino non esiste per ovvie ragioni climatiche. Il primo pensiero è stato quello di chiedere informazioni al locale distaccamento dei Vigili del Fuoco: con molta cortesia mi è stato risposto che non era di loro competenza. Altro pensiero: sarà qualche ufficio comunale? Negativo! Non mi resta che interpellare TERMINAL… certo che una risposta in merito, scava e riscava, potranno darmela, e così “gnosco gnoscere” io, e quindi anche chi avrà interesse a provvedere alla manutenzione dei camini, perché la mia esperienza mi dice che in casi del genere la qualunque assicurazione troverà anche qualche cavillo per non pagare i danni…                          


                                                                              Gaetano Calabrò



                                          

 

 

 

Ultimo aggiornamento Giovedì 02 Settembre 2010 15:06
 
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